Una finestra sul Cielo. Federico Pini e la sua storia di conversione e fede

 

Per qualche strano disegno alcune persone entrano nella tua vita. Così è successo con Federico Pini, giornalista Mediaset. Mi capitava spesso di vederlo nei servizi del telegiornale. Il mio pranzo coincide più o meno con la messa in onda di Studio Aperto su Italia 1. Volto, presenza e modi di porsi garbati, gentili, rassicuranti. Come spesso accade, non conosciamo nulla del vero mondo privato dei personaggi televisivi. Un giorno, una persona mi consigliò il suo libro edito dalla casa editrice Intrecci Edizioni, dal titolo Una Finestra sul Cielo. Aveva seguito una puntata del mio programma su Padre Pio Tv, Fatti per il Cielo e pensò che mi potesse interessare. Essendo molto devoto all’angelo custode, il titolo e la tematica catturarono la mia attenzione subito. Ho letto il libro in poche ore.

C’è il racconto di una storia e un intreccio con altre storie. È la storia di Federico e della sua famiglia, lontana anni luce della fede. Nato a Livorno il 23 Giugno 1971. «Un sacerdote venne in reparto a far visita a tutte le neo mamme. All’epoca era una cosa frequente. Nel salutarci – Federico riporta nel libro le parole della madre – ci chiese se volevamo battezzare i nostri figli. Ricordo che eri nato da poche ore. Ci pensai un attimo, ma decisi di accogliere l’invito di quel prete, che dispose te e altri bambini sopra un carrello che le infermiere usavano per trasportare il cibo ai malati, e che venne coperto con un grande telo bianco morbido, trasformandosi nel vostro fonte battesimale. Eravate molto belli, tutti in fila. Alcuni di voi strillavano, altri come te erano tranquilli. Indossavi un completino che ti aveva regalato la nonna, di colore azzurro con ricami della stessa tonalità. Peccato che nessuna di noi mamme avesse una macchina fotografica. Non potrò mai dimenticare quell’immagine tanto tenera di voi che venivate bagnati con l’acqua benedetta e scalciavate con i piedini.” Il gesto illuminato di un prete che svolge semplicemente la sua missione, Federico lo definisce un angelo in terra e di interventi angelici nel libro ne sono raccontati tanti. Molti di questi incontri avvengono nel sogno. Nulla di nuovo. Nelle pagine della Sacra Scrittura sono tanti gli interventi divini durante le ore del sonno. Per citarne alcuni: Giacobbe, Giuseppe di Nazaret.

Era una notte del 1995, Federico ha 24 anni, un giovane pieno di vitalità che come tanti passava le sue notti in discoteca a divertirsi. «Ma Dio aveva deciso di scompigliare le carte, – scrive l’autore – com’è nel Suo stile, imprevedibile e decisamente creativo: se secoli fa ha folgorato in modo spettacolare San Paolo sulla via di Damasco, con me, che non sono certo un santo, ha scelto una via decisamente meno dirompente ma originale. Il Padre Eterno mi ha fatto incontrare l’angelo custode mentre recuperavo le energie perse in discoteca, in una delle tante notti estive trascorse tra luci, musica assordante, incontri fugaci…  Un incontro avvenuto mentre sono in piena fase Rem, fra le braccia di Morfeo. Quella mattina, appena sveglio, le prime parole sgorgate come acqua fresca dal rubinetto sono state: “Ho sognato l’angelo custode.” Ho sentito il mio cuore sollevato, leggero. Mi sono detto: “Cosa c’entra con me?”». Da questo sogno il cambiamento, la conversione. «Il Signore ha amorevolmente fatto scorrere la sua matita nella mia vita per disegnare un quadro di straordinaria bellezza. È successo che non è passato giorno, da quella fatidica notte dal sapore manzoniano (ricordate? anche l’Innominato si convertì nel corso di una notte movimentata), in cui il mio angelo non si sia divertito a seminare frammenti, a volte impercettibili, della sua reale presenza al mio fianco». Federico non ne fa un fenomeno da baracconi come avviene in certi salotti televisivi in cui sedicenti sensitivi li fanno parlare quando le lucine rosse delle telecamere sono accese. «In televisione – racconta Federico – capita di imbattersi in pseudo-sensitivi che sostengono di intercettare all’istante gli angeli al fianco delle persone del pubblico. Come si può pensare, caro lettore e cara lettrice, che queste guide celesti così preziose rispondano a comando per esigenze di spettacolo, solo per soddisfare curiosità a uso e consumo mediatico? Esistono, certo, persone a cui Dio dona la grazia di vedere gli angeli».

Una storia di vita e di fede quella dell’autore Federico Pini che possono essere d’esempio per chi crede, per coloro che hanno fede ma anche un messaggio forte per chi non ha il dono della fede.

Leggendo le pagine del libro, con la prefazione di Cristina Parodi, ciò che fin da subito mi ha colpito è l’assenza di ogni forma di esaltazione. Ho letto semplicità, piccolezza, umiltà. Dice Federico: «Mi sono lasciato avvolgere dalla sua misericordia senza alcun filtro razionale».  Scopre la bellezza e il valore della preghiera, il Santo Rosario e la Santa Messa quotidiana dopo aver ricevuto la prima comunione e la cresima a 25 anni. Non vi spaventi la tarda età. La sua mamma aveva 54 anni e il papà 56 quando ricevettero rispettivamente la prima comunione e la cresima.

Molto emozionante nel libro il racconto della conversione dei genitori e la devozione a San Pio da Pietrelcina.  «Dio si è servito di me come detonatore per far esplodere una forma “contagiosa” di accostamento al sacro: non dimenticate che la mia famiglia era pressoché atea, a parte mio padre che poteva vantare nel suo curriculum spirituale la Comunione ricevuta da piccolo, ma non la Cresima. Mia mamma, per formazione culturale e soprattutto politica ereditata da mio nonno, era allergica alla Chiesa. Un po’ tutti comunisti mangia preti, i miei familiari, com’è nel DNA del livornese doc, che però guai se gli si tocca la Madonnina del Santuario di Montenero! C’è sempre una pecora nera in famiglia, qualcuno che prima o poi decide di percorrere un altro binario e crea inevitabilmente scompiglio. Così è stato per me». Nel 1997 alla mamma viene diagnosticato un tumore al rene sinistro. «Quando è entrata in sala operatoria le ho chiesto di pregare il suo angelo custode, certo che l’avrebbe assistita in modo speciale». Gettavo il mio sguardo fuori dalla finestra del reparto: era una mattina di settembre ma si coglievano ancora i colori dell’estate che sembrava non volersi arrendere all’autunno alle porte, sbarrandogli la strada divertendosi con una brezza calda e leggera a sparigliare le foglie degli alberi. Quella scena aveva un titolo: il dolore prima della rinascita. In me prendeva sempre più forma la consapevolezza che tutta quella sofferenza avrebbe seminato una gioia futura. Il mio pensiero saliva oltre quelle foglie, bussando insistente alla porta di Dio per raccomandarsi che l’intervento andasse bene. Dopo alcune ore il medico ci informò che era andato tutto per il meglio e che il carcinoma, dalle dimensioni ridotte, era stato eliminato: mia madre aveva ancora il rene sinistro, le avevano asportato soltanto una piccola parte, e probabilmente non avrebbe dovuto sottoporsi alla chemioterapia. Ho ancora impressa nella memoria l’immagine di mia madre che a distanza di pochi giorni dall’intervento camminava nel corridoio dell’ospedale, appoggiata a un carrello e con lo sguardo sfiduciato. Il suo umore, com’è immaginabile, era a terra. Un giorno mi disse: “Se non dovessi farcela, appena sarò vicino al Signore gli chiederò il permesso di darti un segno della mia vicinanza dall’Aldilà.”.

Il Signore ha le sue vie e i suoi disegni. In quelle vie e in quei disegni c’è anche il nostro volto e la nostra storia e quando questa incontra il dito di Dio, si trasforma. Auguro a me e a voi questo incontro straordinario. Leggete queste pagine di Federico Pini. Scoprirete tante altre cose, ma soprattutto, sono sicuro che come me anche voi avrete attimi di silenzio per esclamare: “ma che meraviglia l’opera del Signore!”.

 

Don Francesco Cristofaro

Don Andrea Giorgetta: la fibrosi cistica e il suo ministero pieno di entusiasmo

Oggi è venuto a trovarmi nella stanza degli amici un giovanissimo sacerdote, Don Andrea Giorgetta, ordinato sacerdote lo scorso 8 giugno del 2019 nel Duomo di Como. La sua è davvero una storia molto bella.

 

“Predicate sempre il Vangelo e se fosse necessario anche con le parole” era la frase che san Francesco rivolgeva ai suoi frati e che don Andrea ha scelto per la sua ordinazione. « È una frase che mi piace molto – spiega – perché parla di una testimonianza diretta, visibile nei fatti. Mi piacerebbe nel mio ministero riuscire a parlare prima con i fatti, con i gesti e con lo sguardo, poi eventualmente, se fosse necessario, con le parole. È una indicazione – precisa – ma anche un augurio che faccio a me stesso, un punto fermo del mio essere uomo e del mio essere prete ». Il giovane sacerdote che ho incontrato nei giorni scorsi a Roma è uno di quei preti che svolgono il ministero convivendo con la malattia o come nel mio caso con la disabilità. È ci siamo ritrovati alla presentazione di un libro edito dalla Libreria Editrice Vaticana e scritto da Vittore De Carli, che parla appunto di noi: “Come seme che germoglia. Sacerdoti nella malattia” con la prefazione del Card. Angelo Comastri.

Fibrosi cistica. Una malattia genetica grave, subdola perché spesso nascosta, che colpisce maggiormente bronchi e polmoni, che ti limita molto, una malattia che si può curare, ma a oggi non guarire completamente. Don Andrea Giorgetta, giovane sacerdote di Chiavenna, diocesi di Como, l’ha scoperta quando aveva vent’anni. Fino ad allora la sua tosse, il suo respiro a volte affannoso erano stati attribuiti a una forma allergica e per questo curati con diversi farmaci che, tuttavia, non avevano portato l’effetto sperato.

Dopo un’infanzia normale (anche se la tosse era costantemente compagna di studio e di giochi), si diploma geometra e inizia a lavorare presso un’agenzia immobiliare. « Facevo una vita del tutto tranquilla, come tanti altri ragazzi della mia età – racconta. Amavo lo sci, le lunghe passeggiate in montagna e facevo anche atletica ». A 23 anni don Andrea entra in seminario accompagnato dalla sua malattia che lo costringe a lunghi periodi di assenza. « Durante il terzo anno di Teologia ho dovuto affrontare tre ricoveri in ospedale, con circa 90 giorni di assenza dal seminario e durante questo periodo sono stati fondamentali i miei amici e i miei compagni di scuola, che mi hanno aiutato tantissimo affinché potessi tenere il passo con gli studi ». Grazie alla sua forza di volontà don Andrea ce l’ha fatta a completare il percorso. Forza di volontà, ma anche tanta, tanta fede. « All’inizio ci sono stati, anche in seminario, dei momenti difficili. Avevo l’idea che non sarei riuscito a compiere pienamente quel cammino sacerdotale che vedevo svolgere e vivere da molti presbiteri. Avevo paura di diventare un “prete di serie B” e che non sarei mai riuscito a essere a disposizione della mia parrocchia a tempo pieno. Avevo paura che non sarei stato in grado di programmare le attività parrocchiali perché avrei potuto non essere presente, o di pensare e organizzare momenti e incontri e poi magari dovermi assentare per un ricovero in ospedale. Poi però è prevalsa la fiducia in una capacità che non è totalmente mia ». « Mi ero reso conto, anche grazie alle esperienze vissute, di quanto fosse importante la collaborazione con gli altri, sia con i consacrati sia con i laici. Ho vissuto molto questo aspetto: sacerdote sì, ma con la collaborazione di tutti. La fibrosi cistica è una malattia che non ti dà tregua e non va in vacanza: infatti devo fare controlli periodici, esami specifici e ricoveri annuali. In ogni caso, come dice un antico detto – “Fa quello che puoi con quello che hai, nel posto in cui sei”  ».

« Caro don Andrea, ricordati di essere stato scelto dal Signore senza alcun tuo merito particolare », ha detto il vescovo di Como Oscar Cantoni, durante l’ordinazione di don Giorgetta. E di questo, il giovane prete è più che consapevole. Perciò a don Andrea non piace presentarsi con la sua malattia, ma con la sua semplice persona. Anche se, osserva « molti preti mi ritengono, sotto certi aspetti, più fortunato di loro perché, essendo io malato, riesco a entrare in sintonia più facilmente con gli ammalati. Infatti spesso mi capita di essere contattato da diverse persone, sia affette da qualche malattia fisica sia per problemi spirituali, per avere un consiglio o una parola di conforto. Tra le persone ammalate, molto spesso la prima cosa che viene a cadere è la fede. Molti dicono: “Signore è colpa tua?”. Io sono del parere, invece, che il Signore non sceglie solo tra i sani, ma anche tra gli ammalati, e con loro fa grandi cose ».

« Ogni due mesi ho degli esami ospedalieri da fare per cui cerco sempre di non fissare delle scadenze nelle mie relazioni personali e interpersonali. Se devo incontrare qualcuno raramente gli fisso un appuntamento a distanza di una settimana, ma lo incontro subito perché non sono in grado di sapere cosa avrò da fare la settimana dopo e soprattutto se fisicamente starò bene nei giorni successivi. In ogni caso, però, è proprio la malattia che mi dà la forza per poter essere vicino alla gente. Questa mia incertezza, questo mio non poter programmare le mie giornate a lunga scadenza mi spingono a consolidare, ancora di più, i rapporti con le persone, a essere sempre più vicino alla gente ». Questo bisogno di stare con gli altri ha spinto don Andrea, prima del suo ingresso in seminario, a costituire un gruppo di volontari a sostegno delle persone affette da fibrosi cistica: « Quando ho scoperto la malattia mi sono buttato nella ricerca, volevo capire esattamente di cosa si trattasse. Sono così venuto a sapere che nella provincia di Sondrio c’erano diversi casi di persone affette da fibrosi cistica. Ho saputo che in Italia, a Verona, c’è la Fondazione per la ricerca sulla fibrosi cistica Onlus; mi sono messo in contatto con i responsabili e ho deciso di fondare un gruppo di volontari. In realtà, all’inizio, il gruppo era formato solo dai miei parenti e dagli amici più stretti, ma ora, a distanza di dieci anni, possiamo contare su un buon numero di associati che operano soprattutto nella zona in cui vivo ». Il gruppo si occupa di reperire i fondi necessari per la ricerca scientifica in vista di una possibile cura di questa patologia, organizzando eventi locali o attraverso la partecipazione ad appuntamenti fissi come, ad esempio, la Sagra dei Crotti o la rassegna di cori Un canto per la speranza. Non sempre la raccolta fondi va a buon fine, ma l’importante per don Andrea è perseverare: « Mi è capitato – ricorda – di andare in una cittadina con 200 ciclamini e tornare a casa con 190 piantine. Questo non mi ha affatto scoraggiato e durante il fine settimana, con amici e parenti, mi sono presentato, con i ciclamini avanzati, all’uscita delle Messe e nelle piazze dei paesi vicini al mio. Ebbene, alla fine ogni fiore aveva trovato la sua casa. Basta perseverare perché col tempo arrivano sempre risposte. Abbiamo iniziato la nostra missione nel 2010 offrendo 200 ciclamini, l’anno dopo ne abbiamo distribuiti 650, il successivo 1.300 e ora non scendiamo mai sotto i 1.500 vasi, cifre importanti per la nostra realtà ». “Perseverare”  e “avere fiducia” sono le parole d’ordine di don Andrea che, rivolgendosi ai ragazzi che scoprono di essere affetti da fibrosi cistica o da qualsiasi altra malattia grave, li invita a « non essere soli. A volte la malattia fa paura, ma a far più paura è la solitudine che affligge il malato nel suo cammino di speranza. In ospedale, l’ammalato è spesso da solo e da solo deve avere fiducia nel prossimo, in chi il Signore ha deciso di mettergli accanto in quei momenti».